Ornella Casazza Horne

 

 

Paolo Staccioli scultore del silenzio e dell’attesa

Si è appena chiusa l’esposizione delle sue opere più recenti nella Sala delle Colonne nel Palazzo Comunale di Pontassieve e già Paolo Staccioli si prepara a tornare a Firenze per approdare al Museo Horne, ancora una volta in collegamento diretto con il retaggio degli artefici del passato, con una straordinaria mostra che offre al pubblico nuove opere ispirate alla memoria, al sogno, allo spazio, al desiderio, al tempo, al silenzio, all’attesa. Chiuso nel suo laboratorio, può ricordare, plasmando memorie lontane, i piaceri provati sui testi antichi. Riscoperti e ricreati con libertà e candore, modella la sua identità e la sua partita si gioca in una contraddizione fra il bisogno di essere moderno e insieme antico, conservatore di forme e di cangianti superfici. Sin dalle decorazioni delle prime forme vascolari, rielabora soggetti e temi già ampiamente indagati dagli esordi nella pittura su tela; sembra anzi, condividendo le parole di Nicola Micieli (1997), che Staccioli abbia sempre dipinto in funzione della ceramica, delle sue accattivanti e traslucide superfici favorite dalla complicità a volte imprevedibile del fuoco.

È capace di scherzare con Eros e ce lo mostra come un bambino alato che gioca da solo o assieme ad altri fanciulli divini modellati a tutto tondo intorno al collo di un vaso che assurge spesso a oggetto del loro divertimento, a rievocare, per esempio, i vasi prodotti in antico a Canosa di Puglia, come ha ben detto Maria Anna Di Pede scrivendo dello splendido vaso con figure plasmate a rilievo, realizzato nel ’98 in faenza ingobbiata dipinta con ossidi e sali sotto vernice e lustrata di “uno splendido rosso-bronzo che lo fa rifulgere di una luce infuocata, propria dei più suggestivi tramonti” (Tommaso Paloscia 1999), presentato alla mostra: Memorie dell’Antico nell’arte del Novecento al Museo degli Argenti a Palazzo Pitti, nel 2009. Ma un puttino sa cavalcare, dall’aprile 2000, nella bellissima natura del Parco di Poggio Valicaia, sopra Scandicci, abbracciato al collo di un possente cavallo in bronzo, alto due metri, verde come il cavallo dipinto in verde terra da Paolo Uccello nel duomo di Firenze, e sa guidarlo a esplorare le vie degli uomini.

Poi, in una visione fantastica e visionaria del reale, Staccioli indaga il suo personalissimo rapporto con il ‘paesaggio’, un paesaggio che è sempre lo stesso, quello carico di racconti incastonati in altri racconti di cavalli alati, di leggeri cavalieri sospesi nel vuoto anche se fissati in un telaio con le ruote come nel giocattolo della nostra infanzia o in movenze da giostra o sospesi in improbabili dondoli, dove saliranno anche gli uomini per raccontare il mondo dei desideri e delle speranze. Utilizzando con illimitata fantasia quei temi a lungo meditati in questi ultimi anni e divenuti ormai significativi nel suo repertorio, è riconoscibile senza ripetersi, ma dando l’impressione di restare sempre sullo stesso tema, quello del cavallo che sperimenta ancora in forme che riempiono fittamente lo spazio, saturandolo completamente, uno spazio anch’esso senza gerarchie, nel quale non esistono vicinanza e lontananza, sopra e sotto, prima e dopo.

La spazialità, pur sempre compressa da piccoli cavalli in rilievo, si definisce nelle armature dei suoi bonari e immobili guerrieri che, pur provando forse un sentimento di nostalgia per un luogo dove non sono mai stati, non torneranno, né partiranno mai da qui per combattere, pur armati di lancia e scudo; anche se stipati in piccole barche non toccheranno mai terra, o addirittura ridotti a mezzo busto e issati in grandi carri con le ruote, compatti come temibili carri armati, non affretteranno certamente il viaggio. Sono tuttavia figure maschili e femminili caricate di un fascino arcano: privi di braccia, spesso le gambe troncate al ginocchio, rievocano il frammento ma “l’elmo e la corazza, quest’ultima formata da una fascia continua di minuscoli cavallini con le ruote, che abbracciano il busto del guerriero, portano traccia della vena umoristica e fantasiosa che abbiamo, fin dagli esordi, imparato a conoscere in Staccioli”, così le descrive Elisa Gradi in occasione della mostra di Staccioli al Museo archeologico di Fiesole nel 2007. Staccioli sa davvero giocare con tenerezza e stupore di fronte alle sirene della modernità e alle memorie dell’antico perché, come ha scritto Antonio Paolucci parlando dell’artista in occasione della mostra del 2005 al Museo delle Porcellane a Palazzo Pitti da lui intitolata: Le gioiose ceramiche di Paolo Staccioli, “Si può scherzare con il Marte di Todi e con l’ Arringatore? Con lo Stile orientalizzante e con il Liberty? Con le Torri di San Gimignano e con l’obelisco di Axum? Con Gio’ Ponti e con Picasso? Certo che si può, anzi si deve. Poiché l’ironia, il sorriso, il disincanto sono antidoti efficacissimi contro la retorica e contro i manierismi”. Con naturalezza Staccioli è capace di radunare in gruppi di sette, otto, dieci, cento, i suoi numerosi e silenziosi guerrieri e i suoi enigmatici viaggiatori che divengono icone della modernità e sebbene pronti per un viaggio di ritorno nella memoria non partono: attendono, forse, un gruppo di altri misteriosi Viaggiatori con sfera, vestiti in maniera originale, con colori sgargianti e in giacca e cravatta, che tengono una sfera sulla spalla, e come gigantesche figure di Atlante, devono sorreggere il mondo. Pur nel travestimento umano del mito, ugualmente un senso di mistero avvolge questi quasi acefali personaggi, allontanandoli da qualsiasi legame diretto con la realtà, creando un mondo che non esiste, ma che è presente nella mente di Staccioli quando medita su memorie di gusto surreale e metafisico.

Ornella Casazza

Già direttrice del Museo degli Argenti e delle Porcellane di Palazzo Pitti a Firenze

(Dal catalogo della mostra Paolo Staccioli. Opere / Sculptures 1991-2011 Museo Horne di Firenze)