Antonio Paolucci

 

 

La leggerezza, la grazia, l’ironia. Ecco tre stelle fisse per orientarsi nell’opera di Paolo Staccioli ceramografo. La leggerezza prima di tutto perchè la materia è pesante, pesanti e complicate sono le tecniche. Non ci vuol niente a farsi trascinare in basso verso la irrimediabile opacità del mestiere saccente e compiaciuto. Staccioli lo sa. Non glielo ha mai detto nessuno. Lo sa d’istinto e gioca come sollevato a mezz’aria, schivando retoriche ed estetismi, volando via veloce come un uccellino sagace dalle insidie citazionistiche e virtuosistiche.

Poi la grazia che è una virtù duttile e trasparente. Non la si impara a scuola e neppure a bottega. Dio la dà a chi vuole. Per un artista grazia è la capacità di usare il linguaggio del suo tempo (per Staccioli la lingua del secolo è quella di Arturo Martini, di Giacometti, di Marino, di Fantoni, etc) in un modo individuale, riconoscibile, inconfondibile e al tempo stesso gradito, suasivo, stimolante. Uno guarda una ceramica di Staccioli, ne accarezza la pelle iridata, ne valuta il peso, la forma, le proporzioni, sente cantare l’ingobbio lucente quando l’unghia lo sfiora, si accorge che, alla vista e al tatto, il cuore si scalda e gli occhi provano curiosità e piacere; ecco questo è il riconoscimento della grazia. La grazia: qualcosa di indefinibile che gli altri chiameranno (ma la formula è convenzionale e un poco raggelante) riconoscimento dell’autentica individualità dell’artista. Io, quella cosa, preferisco chiamarla grazia, e voglio testimoniare che le ceramiche di Staccioli la possiedono. Infine l’ironia, la capacità di giocare con tenerezza e stupore di fronte alle sirene della modernità e alle memorie dell’antico. Si può scherzare con il Marte di Todi e con l’Arringatore? Con lo Stile Orientalizzante e con il Liberty? Con le torri di San Gimignano e con l’obelisco di Axum? Con Giò Ponti e con Picasso? Certo che si può, anzi si deve. Poiché l’ironia, il sorriso, il disincanto sono antidoti efficacissimi contro la retorica e contro i manierismi.

E dunque, ricapitolando, la leggerezza, la grazia, l’ironia. Usate queste tre chiavi di lettura quando guardate le ceramiche di Paolo Staccioli e vi accorgerete che non ne esistono di migliori per riconoscere l’autentica qualità quando la si incontra.

Antonio Paolucci

Già Soprintendente per il Polo Museale Fiorentino

(Dal catalogo della mostra Le gioiose ceramiche di Paolo Staccioli, Museo delle Porcellane di Palazzo Pitti di Firenze, ottobre 2005 – giugno 2006)